Abbastanza mondo e tempo
In fatto di idee per i romanzi io sono una vera miniera. Nel mio studio gli scaffali traboccano di faldoni e fascicoli che risalgono anche ad alcuni decenni fa. Riassunti di servizi radiofonici e interviste televisive scarabocchiati in fretta e furia si sommano a ritagli ingialliti di giornali e riviste. Ne ho una quantità. Ogni volta che qualcosa cattura la mia attenzione, una parte della mia immaginazione si domanda perché. La mia teoria è che, se un argomento suscita la mia curiosità, riuscirà probabilmente a suscitare anche quella dei miei lettori. Negli anni ho accumulato tanto di quel materiale che non ho mai trovato il tempo non solo di suddividerlo per argomenti, ma nemmeno di trasformarlo in romanzi.
Occasionalmente la curiosità mi spinge a dargli un'occhiata. Pieno di aspettative, sparpaglio un po' di ritagli sul pavimento, soffio via la polvere, e comincio a leggere. Purtroppo, quasi sempre, le pagine friabili che tengo fra le mani si riferiscono a fatti e problemi che sembravano importanti in quel particolare momento, ma che adesso risultano insignificanti. Le trame e le situazioni che potrebbero suggerire non stimolano più la mia immaginazione. Residui ammuffiti della mente, quei ritagli servono solo a mostrarmi la distanza temporale tra la persona che li ha messi da parte e quella, cambiata, che adesso li legge.
In rari casi, tuttavia, un argomento cattura la mia immaginazione con tanta insistenza che continuo a ritornarci sopra per cercare di tradurre in forma narrativa le emozioni che mi suscita. Per esempio, il mio romanzo precedente, Paragon Hotel, è stato ispirato da un articolo del «Los Angeles Times» sui creepers, gli esploratori urbani appassionati di storia e architettura che si introducono in vecchi edifici abbandonati da decenni e in cui è vietato l'accesso. Quel ritaglio giaceva sotto una pila sempre più alta di fascicoli, ma continuava a bussare alla porta della mia immaginazione e io non ho potuto fare a meno di domandarmi il perché di tanta insistenza. L'ho capito finalmente quando mi sono ricordato all'improvviso di un condominio abbandonato che andavo a esplorare quand'ero bambino. Lo facevo per sfuggire alla paura di rimanere in casa durante le interminabili liti tra mia madre e il mio patrigno. Il ricordo di quella paura e del desiderio di rifugiarmi nel passato mi ha fatto venire voglia di scrivere un romanzo in cui alcuni esploratori urbani scoprono che il passato che tanto li affascina lungi dall'essere rassicurante si rivela anzi terrificante.
Analogamente, Il gioco del tempo è nato dalle suggestioni che un altro articolo ha inviato al mio inconscio: ha continuato per ben otto anni a lanciare silenziosi appelli da una pila di altri fascicoli sotto cui era sepolto finché non mi sono arreso. Questa volta si trattava di un pezzo uscito sul «New York Times». La data era l'8 aprile 1998, il luogo West New York nel New Jersey. Mi diverte l'idea spiazzante che una città chiamata West New York sia finita tanto a ovest da trovarsi nello Stato limitrofo del New Jersey. Devo dire, però, che il contenuto dell'articolo era decisamente più spiazzante. Dalla capsula del tempo al tesoro nascosto annunciava il titolo, con un sottotitolo che precisava: In qualche punto di West New York potrebbe trovarsi una fetta di vita cittadina del 1948.
Leggendo quell'articolo all'epoca in cui era uscito, avevo appreso che quando a West New York stavano programmando le celebrazioni per il centenario della città, qualcuno aveva suggerito di sotterrare una capsula del tempo. âOttima ideaâ avevano approvato tutti. Poi un pensionato si era ricordato che nel 1948, in occasione del cinquantenario, era stata fatta la stessa cosa. Tutti si erano chiesti che fine avesse fatto quella capsula e dove fosse stata sotterrata. Erano cominciate le ricerche in tutta la città. Erano stati consultati i vecchi e polverosi registri comunali e rintracciati gli anziani che avevano assistito alle celebrazioni del cinquantenario. Alla fine gli abitanti di West New York avevano trovato una possibile risposta nella biblioteca cittadina, dove in un vecchio libro fuori catalogo scritto da uno storico locale si parlava di «una scatola di rame contenente documenti e souvenir».
Tale scatola si sarebbe dovuta trovare sotto la campana di bronzo dei pompieri di fronte al municipio, ma la ricerca si era conclusa in un nulla di fatto, perché la campana commemorava i pompieri morti per salvare la città e nessuno se l'era sentita di manometterla. Inoltre la campana era fissata a parecchie tonnellate di granito. Spostarla sarebbe stato non solo difficile, ma costoso. E se, dopo aver dissacrato il monumento, si fosse scoperto che la capsula del tempo non era lì sotto? Alla fine non se n'era fatto nulla.
Doveva essere stata una bella delusione perché, come spiegava il cronista del «New York Times», la città avrebbe avuto un gran bisogno di essere rincuorata da un messaggio inviato dai gloriosi giorni di mezzo secolo prima. Infatti nel 1948 tutta la zona era in pieno sviluppo, grazie soprattutto alla New York Central Railroad Company e alle fabbriche di passamanerie e ricami industriali. Ma nel 1998 la società ferroviaria e le fabbriche non c'erano più e le strade erano diventate silenziose e desolate. Nel contesto di una storia su un passato perduto, non potei fare a meno di notare che il cronista non aveva avuto l'onore della firma in calce al pezzo.
Per una ragione che non mi era ancora chiara quell'articolo mi aveva colpito, tant'è vero che lo avevo aggiunto alla mia caotica raccolta di ritagli di giornale. Mi sono ricordato e dimenticato della sua esistenza a fasi alterne, finché dopo otto anni non l'ho recuperato da sotto la pila di fascicoli dove si trovava, gli ho dato un'altra occhiata e ho promesso a me stesso che avrei cercato di capire perché mi affascinasse tanto, scrivendo un romanzo che parlava di una capsula del tempo. Non avevo ancora deciso che la capsula dovesse risalire a cent'anni prima e che la ricerca del passato dovesse comportare l'uso di tecnologie moderne come i GPS, il BlackBerry o i fucili con mirino olografico. Dovevo ancora fare le mie abituali ricerche e imparare tutto quello che c'era da sapere sull'argomento.
Il primo passo è stato quello di ricorrere alla Rete. Quando raccoglievo informazioni per il mio romanzo precedente, Paragon Hotel, avevo digitato urban explorers su Google ed ero rimasto sorpreso nel trovare più di trecentomila contatti. Ho fatto la stessa cosa con time capsules e potete immaginare il mio sconcerto quando mi sono trovato di fronte a diciotto milioni di contatti. Evidentemente era un argomento che affascinava moltissime persone e, a ogni nuova scoperta, il mio interesse aumentava. Ho scoperto che (come spiega il professor Murdock nel romanzo), benché quelle che noi chiamiamo capsule del tempo siano antiche come l'umanità, questa espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1939, quando la Westinghouse fece costruire un contenitore a forma di siluro e lo riempì di oggetti che erano in uso in quegli anni e che, secondo gli ideatori della capsula, avrebbero affascinato le generazioni future. Al suono di gong cinesi, la capsula fu sotterrata a Flushing Meadows, nello Stato di New York, dov'era in corso l'Esposizione Universale. Costruita per essere aperta cinquemila anni dopo, la capsula si trova ancora cinquanta metri sotto terra, ma è stata praticamente dimenticata. Se avete dei ricevitori GPS come quelli che usano i protagonisti del Gioco del tempo, potete inserire le coordinate topografiche della capsula e farvi guidare fino al cippo che ne segnala la presenza. Ma per avere quelle coordinate dovete trovare una copia di The Book of Record of the Time Capsule of Cupaloy, il libro di cui nel 1939 furono inviate copie a tutte le principali biblioteche del mondo, compresa quella del Dalai Lama. Oggi, però, rintracciare quel libro richiede, a sua volta, una caccia al tesoro.
Ho scoperto anche che la capsula del tempo della Westinghouse fu ispirata dalla Cripta della civiltà, nome sinistro di un'altra capsula iniziata nel 1936 all'Università di Oglethorpe di Atlanta, il cui rettore, angosciato dall'espansione del dominio nazista sull'Europa, si era convinto che la civiltà occidentale fosse sull'orlo del collasso. Per preservarne quel che era possibile, fece svuotare una piscina coperta e la riempì con gli oggetti che riteneva essenziali per la comprensione della cultura degli anni Trenta. Tra questi c'è una copia di Via col vento, titolo decisamente calzante per una simile cripta, che non avrebbe dovuto essere aperta per altri seimila anni circa e di cui si è quasi perso il ricordo, come per la capsula della Westinghouse. Se non fosse stato per uno studente, Paul Hudson, che nel 1970 esplorò lo scantinato di un edificio del campus, la Cripta sarebbe stata del tutto dimenticata. Quando il fascio luminoso della sua torcia elettrica colpì una porta di acciaio inossidabile, lo studente cominciò a fare domande in giro e tanto disse e tanto fece che lo scantinato finì per essere trasformato in uno spazio pubblico con una libreria. Adesso ogni giorno c'è gente che passa davanti alla porta sigillata della Cripta. Paul Hudson diventò segretario dell'Università di Oglethorpe e presidente della International Time Capsule Society.
Trovavo così affascinanti queste storie che continuavo a parlarne agli amici. Di solito, a un certo punto loro dicevano: «La Cripta della civiltà? La International Time Capsule Society? Te le sei inventate!». Invece no. Anche la Cassaforte del Giorno del giudizio al Circolo polare artico esiste davvero, e lo stesso vale per la Hall of Records sotto il monte Rushmore e per i milioni di copie dello sfortunato videogame su E.T. sepolti sotto uno strato di cemento nel deserto del Nuovo Messico. Una serie infinita di bizzarrie. Sono venuto a sapere anche della città che sotterrò diciassette capsule del tempo per poi dimenticarsele tutte… e di alcuni studenti di college che sotterrarono una capsula e poi furono colpiti da una sorta di amnesia collettiva, come se non avessero mai fatto nulla del genere… e del consiglio comunale che fece sotterrare una capsula del tempo per celebrare il centenario della fondazione della città, salvo che tutti i suoi membri morirono senza aver pensato di lasciare detto o scritto dove avevano messo questa capsula.
Chi avrebbe mai pensato che esistesse un elenco delle capsule del tempo più ricercate, o che quelle che sono andate perdute fossero migliaia, molte di più di quelle che sono state ritrovate? Anche quando vengono rinvenute, comunque, le capsule spesso non fanno che rendere più fitto il mistero perché i contenitori hanno perlopiù lasciato passare l'umidità o qualche insetto e pertanto i messaggi inviati al futuro, che noi apriamo nel presente per conoscere il passato, si riducono a meri frammenti indecifrabili.
Nel tentativo di capire perché le capsule del tempo mi affascinassero tanto, ho pensato all'orgoglio che spinge tanta gente a crearne di nuove, alla presunzione che un particolare momento sia tanto importante da meritarsi di essere congelato nel tempo in vista del futuro. A parte la Cassaforte del Giorno del giudizio, che conserva milioni di semi in previsione di una catastrofe planetaria, trovo sorprendente l'ottimismo che in generale ispira le capsule del tempo. Ma non si tratta solo di orgoglio o di ottimismo. Come dice un personaggio del Gioco del tempo,la maniacale accuratezza con cui vengono preparate alcune capsule del tempo fa pensare che i suoi ideatori temano di essere dimenticati.
Abbastanza mondo e tempo è il titolo della conferenza sulle capsule del tempo che il professor Murdock tiene nel Gioco del tempo. è una citazione dalla poesia seicentesca di Andrew Marvell Alla sua amante ritrosa, in cui sono espressi i sentimenti di un giovane che sente fuggire il tempo e vuole persuadere l'amica a vivere insieme la vita sino in fondo, finché è possibile. Se tagliamo alcuni versi e ne accostiamo altri, otteniamo una poesia che illustra uno dei motivi per cui vengono create le capsule del tempo.
Ma alle mie spalle odo continuamente
l'alato carro del tempo che si avvicina veloce:
e laggiù, da ogni parte, avanti a noi
si stendono deserti di vasta eternità.
ma dubito che alcuno vi voglia fare all'amore.
Le pile di faldoni e fascicoli che ho accumulato sono, credo, capsule del tempo che rappresentano gli interessi di una persona che io non sono più; lo stesso vale per i miei romanzi, i quali preservano quello che provavo e pensavo in passato. Anche i libri dei miei scrittori preferiti sono capsule del tempo, che mi riportano nella Londra nebbiosa di Dickens, o nella vecchia New York di Edith Wharton, o nella Parigi degli anni Venti di Hemingway. Sono opere che mi trasportano non solo nel passato vissuto dai loro autori, ma anche nel mio passato, restituendomi quel che ho sperimentato leggendoli per la prima volta.
Facendo ricerche per Il gioco del tempo, ho passeggiato per Manhattan per verificare certi dettagli dei luoghi in cui volevo ambientare alcune scene. Quando sono arrivato a Washington Square ho pensato di avere sbagliato posto. Non ci andavo dalla metà degli anni Ottanta. A quei tempi l'arco della piazza era coperto di graffiti e nel parco, così brullo che si vedevano distintamente gli edifici delle vie circostanti, c'erano i tossicomani che spacciavano. Adesso, invece, ci sono alberi imponenti che non lasciano vedere le case e fanno ombra a mamme e papà che giocano con i loro bambini, mentre in una zona riservata i cani scorrazzano con i loro padroni. Colpito dallo splendore dell'arco immacolato, ho dovuto ricordare a me stesso che erano passati vent'anni e che io ero invecchiato. Ma invece di deprimermi, i ricordi mi hanno fatto sentire vivo. Nulla finisce finché noi lo ricordiamo. Ciascuno di noi è una capsula del tempo.